La Ricerca Scientifica attraverso un nuovo tipo di studio

Man with Electrode Wires on Head — Image by © Adrianna Williams/Corbis

La pubblicazione di queste ricerche viene accettata in anticipo, basandosi solo sull’obbiettivo dello studio e sul suo protocollo sperimentale. Potrebbero essere la soluzione alla cosiddetta crisi di riproducibilità che ha colpito la scienzaLa crisi di riproducibilità: la presa di coscienza da parte della comunità scientifica dell’impossibilità di ripetere molti dei risultati pubblicati sulle riviste di settore è il problema che affligge i ricercatori. Tutto è iniziato con la psicologia, per poi allargarsi a macchia d’olio fino a contagiare quasi tutti gli ambiti della ricerca scientifica. Un problema non da poco, che mette in crisi uno dei capisaldi della scienza moderna: la sua oggettività, garantita appunto (almeno a livello teorico) dalla possibilità di ripetere e verificare in ogni momento i risultati di un esperimento. Senza però tener conto dei limiti oggetti della tecnologia di cui oggi disponiamo e che il primo limite delle verifiche sperimentali.Compresi quindi quali siano le difficoltà, la comunità scientifica si è attivata ormai da anni per cercare una soluzione. E proprio in questi giorni ha fatto il suo debutto uno dei tentativi di soluzione più radicali: il registered report, una nuova tipologia di articolo scientifico pensato per attaccare alla radice le cause di questa crisi, che da oggi verrà accettato, e pubblicato, sulle pagine di Bmc Medicine, una delle più prestigiose riviste mediche del pianeta.Di cosa stiamo parlando?

È necessario, per capire meglio di che cosa stiamo parlando però ricordare due concetti chiave di questa crisi della riproducibilità: due dei cosiddetti bias (termine traducibile più o meno come “errori”) che piagano il mondo della letteratura scientifica.

Il primo è: il publication bias, cioè la tendenza a pubblicare più facilmente i risultati positivi rispetto a quelli negativi. Pensiamo a un trial clinico che valuta l’efficacia di una nuova terapia. In un mondo ideale, la ricerca dovrebbe avere le stesse probabilità di essere pubblicata su un’importante rivista medica a prescindere dai risultati ottenuti. Anche perché un esito negativo (che dimostri cioè l’inefficacia del nuovo trattamento) ha la stessa rilevanza scientifica di uno positivo, se non addirittura un’importanza maggiore visto che indica l’inutilità della nuova terapia.

Nella realtà le cose sono molto diverse: pubblicare risultati negativi risulta estremamente difficile. E questo influenza inevitabilmente alcuni ricercatori (la cui carriera spesso dipende dalla capacità di pubblicare continuamente nuovi studi), spingendo a ritoccare (più o meno volontariamente) i risultati, o ad abbandonare velocemente le ricerche che non hanno esito positivo senza neanche tentare la strada della pubblicazione.

Il secondo problema è: quello che Chris Chambers, professore di neuroscienze cognitive dell’Università di Cardiff, definisce sulle pagine del Guardian “hidden outcome switching”, ovvero la tendenza a cambiare l’obbiettivo di uno studio dopo averlo effettuato. Per comprendere il problema bisogna ricordare che in qualunque ricerca o trial ci si trova a lavorare con una grande mole di variabili. E nel corso dell’analisi dei dati raccolti è facile individuare almeno una di queste variabili per cui l’esperimento sembra dare risultati interessanti. Per garantire la correttezza delle ricerche è necessario però specificare in anticipo quali sono i risultati (o gli outcome) che si intende misurare, perché il design dello studio garantisce la correttezza di alcune correlazioni, ma non necessariamente quella di altre (che potrebbero essere influenzate da parametri non analizzati o essere dovute a fluttuazioni statistiche impreviste).

Sotto pressione, schiacciati dalla logica del publish or perish (letteralmente pubblica o muori, una formula che indica la necessità di pubblicare a ritmo sostenuto per mantenere una posizione prestigiosa a livello universitario) molti ricercatori possono cedere però alla tentazione di ritoccare i risultati, cambiando in corso l’obbiettivo di uno studio per garantire un risultato positivo, e quindi più facile da pubblicare. E proprio da atteggiamenti di questo tipo, ritocchi dei dati o dei protocolli sperimentali per facilitare la pubblicazione del proprio studio, nasce la crisi di riproducibilità.

Nasce il concetto di registered report: una tipologia nuova di articolo scientifico che vuole garantire la pubblicazione delle ricerche indipendentemente dal risultato, e impedire al contempo che venga modificato in alcun modo il protocollo degli studi.

In un registered report uno studio viene sottoposto alla rivista prima che si inizino a raccogliere i dati, e questa lo valuta basandosi unicamente sul tema affrontato e sulla qualità del protocollo sperimentale scelto. Ottenuto l’ok i ricercatori sanno che il loro lavoro sarà pubblicato in ogni caso, indipendentemente dai risultati, e procedono quindi con la raccolta dei dati. Ottenuti i risultati, questi vengono nuovamente sottoposti a peer review, per verificare che non sia stata effettuata nessuna deviazione dal protocollo proposto. E se tutto va come sperato, l’articolo viene quindi pubblicato.

Forse non può considerarsi luna soluzione esaustiva ma sicuramente si tratta di un importante passo in avanti.

Dir. Scientifico I.B.I.
Roberto Fabbroni

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